Quando ascolto questa splendida versione di Malaika - letteralmente "angelo" in swahili - interpretata da Miriam Makeba e Harold George Belafont mi viene in mente quando l'ho ascoltata per la prima volta nella hall di un albergo vicino al lago Inle in Birmania. Mi è riapparsa in un cd l'anno scorso e mi è sembrato un segno del destino. Malaika è una canzone d’amore autentica e porta con sé le tensioni e le contraddizioni che hanno caratterizzato il Kenya e l’Africa intera negli ultimi anni del colonialismo fino all’indipendenza.Vorrei che un giorno diventasse la colonna sonora della mia vita. Forse lo è già.
Milano per me non è più la stessa città di prima. Ci sono mille luoghi che hanno un altro significato. E' come una canzone interrotta. Un luogo che mi appartiene solo se condiviso. Eppure ho studiato per anni, ho vissuto gli atelier prima di andare via, ho amato, ho inseguito i miei sogni. Ho corso, ho preso tram, treni, metrò. Ho visto centinaia di mostre. Ma ho viaggiato abbastanza per sapere - almeno un pò - che quando si torna non è più la stessa cosa. Si cambia pelle, Signora Mutevolezza. I coffe, i miei coffe, il cinema - solo uno e non altri-. Nella sala 400 oggi davano "Basta che funzioni"di Woody Allen...come potevo perderlo?? Esilirante, acuto, intelligente. E i lunch, i dinner? Si torna dove si ha lasciato qualcosa. Si guarda il mondo dai vetri, dalle porte, per riviverlo. Mi verrebbe da dire : altro che mappe, questa è la toponomastica del cuore, della musica, delle visioni. Ho incontrato Maurizio Nicchetti alla presentazione di un libro. Forse ha ragione lui, suoniamo il sax dal cemento. Nel silenzio. Ho la gioia incontenibile delle piccole cose.Vannina a Cambridge, Cristina a Roma, Giorgio a NY, Jenny e David a Vancouver, Tiziana a Dublino, Dumbo da ogni centimetro della pelle, Simone a Parigi, Silvia in Brianza, Stefania a Roma, Alex dalla redazione, Fabio a Zurigo, Etsuko a Tokio, Lidia a Milano, Ale a Bologna, Sophie Marie a Brixen, Elena a Campo Tures, Sara a Desenzano, Bruno a Monza, Bruno a Genova, Patrizia da ogni serratura, Angela, Alvio e Mattia, Roberto a Calcutta, Buko dai racconti, questa notte le civette ci faranno l’occhiolino, i pinguini marceranno a braccetto con le note di She by Elvis Costello, le baguette saranno più profumate a Saint-Germain-des-Prés, Dean Martin dirà That’s Amore come non l’aveva mai detto prima, i lettori di “Cavalli e Segugi” - Notting Hill –triplicheranno…E scusate se è poco, qualcuno griderà dentro ad una stanza che la vita dev’essere una sola e per questo dev’esser sempre celebrata.
L'Isola di Fårö fu scoperta da Ingmar Bergman quasi per caso nel 1960 quando cercava la giusta location per "Come In Uno Specchio". Quando Bergman attraccò a Faro se ne innamorò perdutamente: era lì in piedi, piegato per far fronte alla tempesta dopo una burrascosa traversata con pioggia e neve, quando capì che voleva vivere su quell'isola per il resto dei suoi giorni. Bergman aveva trovato la sua casa: quella delle intime idee sulle forme, delle esatte proporzioni, dei colori, degli orizzonti, dei suoni, dei silenzi, delle luci e dei riflessi. Ecco cos'era importante per lui nell'arido paesaggio roccioso incorniciato dal Mar Baltico, che divenne l'ideale metafora per descrivere lo stato emozionale interno dei personaggi dei suoi film. Liv Ullmann,la musa di Bergman, aveva scelto di condividere il suo sogno. Per acchiappare un pò più di fantasia con lui, un pò come la ballerina che resta sospesa per qualche secondo nell'aria. Passavano lunghe ore a guardarsi. A scrivere. A scriversi. Erano in un villaggio di 200 persone. Non hanno mai spostato un mobile, mai cambiato un letto. La casa era lo specchio della loro anima. Di un'unica anima. Non di uno, non di nessuno. Di tutti e due. Più volte, la splendida Liv ha raccontato di aver vissuto da selvaggia. Girava per Fårö con un aquilone in mano. In quel luogo, battuto da tutti i venti, dove forse non arrivava neanche la posta, qualcuno è riuscito a vivere in pace con se stesso. Senza vernissage. E con il grande scopo di non essere utile alla società. Direte è un genio. E' vero, ma i geni si possono infrangere. Sono di cristallo e sono molto più esposti di noi. Con passione coltivano la loro inutilità. Per provare a spiegarne le ragioni - del loro essere inutili, dal quale scaturisce una visione universale-.Non servono tanti anatemi: si tratta di riuscire far sognare gli altri senza fare le stesse cose.
«In realtà io vivo continuamente nella mia infanzia: giro negli appartamenti nella penombra, passeggio per le vie silenziose di Uppsala, e mi fermo davanti alla Sommarhuset ad ascoltare l'enorme betulla a due tronchi, mi sposto con la velocità a secondi, e abito sempre nel mio sogno: di tanto in tanto, faccio una piccola visita alla realtà »
Ingmar Bergman, La lanterna magica, autobiografia, 1987
«Ciò che la fotografia riproduce all'infinito ha avuto luogo una sola volta.» Roland Barthes
«La mia unica ambizione è quella di non essere nessuno, mi sembra la soluzione più sensata.» Charles Bukowski